Il filo conduttore che lega l'evoluzione culturale dell'uomo da 7.000 anni ad oggi è indubbiamente la parola scritta, comunemente identificata con il libro.
La necessità, per una comunità che desiderasse diventare società, di fissare regole e principi inalterabili cui tutti gli appartenenti potessero inequivocabilmente fare riferimento si è manifestata sin dall'alba dell'uomo, che ha cercato sin da subito a codificare la parola in forma scritta non più alterabile.
Il primo atto di uno stato nascente è la stesura della Costituzione; le religioni si basano normalmente sui libri (Bibbia - Vangelo - Corano); anche le comunità a scopo di lucro, le società, quando nascono, si danno uno statuto che codifica i principi che regoleranno le attività delle stesse.
Anche le rivoluzioni si sono sempre manifestate attraverso idee che venivano comunque alla fine codificate su un testo che diveniva veicolo delle stesse e allo stesso tempo catalizzatore delle istanze di cambiamenti della società, fino a diventare fondamenta di nuove società (il manifesto di Marx-Engels per esempio).
Spesso questi libri (la distorta interpretazione soprattutto) hanno dato vita a conflitti condotti nel loro nome, hanno liberato popoli e hanno dato vita a regimi autoritari, ma in una società come la nostra l'evoluzione culturale è dipendente in modo assoluto dalla volontà delle persone di migliorarsi attraverso l'apprendimento di idee e concetti.
Non a caso tutti i regimi autoritari hanno sempre visto i libri, tranne quelli autorizzati, come la prima cosa da far sparire dalla circolazione, dal regime nazista alle teocrazie afgane, e Orwell aveva nel 48 immaginato una società dove venivano eliminate persino le singole parole (come si fa ad odiare se non esiste la parola che esprime il concetto?).
L'ideale utopico che ha sempre mosso al contrario gli ideali di libertà e uguaglianza per cui le persone hanno lottato da secoli era rappresentato da una società non più asservita al lavoro fisico, con l'individuo al centro del mondo ma parte di un insieme più grande ed armonico, dove la conoscenza e la cultura sarebbero state il motore di un benessere fisico ed intellettuale.
L'arrivo del benessere al contrario sembra aver innescato un processo di rifiuto della conoscenza, della voglia di impegnarsi, di tutto ciò che è possa sembrare complesso. La caduta delle ideologie ha portato con se anche il rifiuto a seguire ideali, non tanto della generazione che per questi ideali ha lottato quanto per i loro figli, che non dovendo conquistare nulla, danno tutto per scontato, e che non avendo bisogno di cercare il perché delle cose, si limitano ad utilizzarle.
L'avvento della società virtuale ha inoltre brutalmente accelerato il processo di sradicamento culturale della e-generation, portando si l'individuo al centro del mondo, ma non come unità di pensiero, bensì come unita di consumo. Si è passato dal "Penso, quindi esisto" al "Mi chiamano, quindi esisto". Il concetto è quindi ridotto a slogan, e lo slogan è "tutto e subito, naturalmente gratis"; il dramma è che non viene fatto dai contestatori comunisti del '68, ma dalle aziende, che oggi pilotano la rivoluzione culturale.
Questa rivoluzione per la prima volta non viene richiesta dal basso ma imposta dall'alto e soprattutto non fa riferimento a niente, non c'è filosofia, non c'è ideale (tranne il profitto), solo slogan. All'individuo non viene chiesto altro che di cliccare e di vendere se stesso, deve solo consumare e anzi, più consuma più guadagna (se navighi ti pago, se clicchi sul Banner ti pago, se ti fai telefonare ti pago, se compri una casa ti regalo la bici, se compri la macchina ti regalo la playstation).
Il risultato è sconcertante: stiamo tornando indietro, il benessere sta sfornando un nuovo tipo di analfabetismo, quello culturale: i libri ci sono, ma rimangono negli scaffali. Oggi un regime non ha più alcuna necessità di far sparire i testi (anche se ci prova, proprio in questi giorni il miliardario ridens sta cercando di comprare i diritti di autore su libri che lo riguardano), perché tanto non vengono letti, meglio gli small-message.
Nella confusione tra mondo reale e virtuale il messaggio della pubblicità diventa semplicemente messaggio, il nuovo ideale, un mondo sempre bello giovane e ricco, il nuovo eden dove non è più necessario pensare, dove il potere viene fastidiosamente delegato ad altri, dove non si vota perché si lavora, ma il lavoro è un gioco e se il tuo lavoro è fatica sei un reperto del passato.
Questa società non ha più bisogno di Libri (la maiuscola è voluta) ma di immagini, anche le religioni sono in difficoltà, circondate da pseudofilosofie che ti danno oggi quel paradiso interiore che è svincolato dal tuo modo di vivere e non è più un premio alla fine di un percorso etico, che anzi ormai è una parola vuota, mancando i riferimenti.
7.000 anni di civiltà ci dividono dall'uomo che si alzava, cacciava, mangiava, dormiva e si riproduceva. 7.000 anni e milioni di libri per arrivare al ragazzo Tim che mentre aspetta la ragazza invece di leggersi non dico un libro ma almeno un giornale si cuoce il cervello per ascoltare la voce della ragazza nella segreteria del cellulare.