giovedì 9 ottobre 2003

UP - Il nuovo disco di Peter Gabriel

Finalmente! Dopo un attesa decennale ho in mano "Up", l'ultima fatica di Peter Gabriel.
La tentazione di mettere subito il disco nel lettore è forte, ma riesco a resistere e dare il tempo all'impianto di riscaldarsi a dovere (12 ore più un paio d'ore con Diana Krall a basso volume); inoltre le ore migliori per l'ascolto rimangono quelle pomeridiane dopo una mattinata non troppo stressante.
Domenica pomeriggio quindi finalmente la luce del laser comincia a leggere i bit del dischetto e la stanza viene subito riempita dall'attacco di "Darkness", facendomi letteralmente fare un salto dalla poltrona con i suoi suoni distorti. Peter ci conduce nella "casa nel bosco", dove le paure e le fantasie della fanciullezza vengono esplorate e gradualmente accettate.
La musica si fa d'improvviso tranquilla, e questa alternanza tra parti distorte e "quiet" si riproporrà per tutto il disco.
Evito la disamina dei brani, lasciando a ciascuno di ritrovare luoghi ed atmosfere.
Il disco infatti ripercorre i ritmi e le melodie tipiche dell'ultimo Peter, quasi che tra "Us" e "Up" non siano intercorsi 10 anni, ma solo pochi mesi.
Non è però un disco copia. Semplicemente questo è il suo suono, e le novità sono più nella costruzione dei brani, strutturati in modo differente dal solito, con questo continuo cambio di atmosfere, a volte in progressione, a volte in modo secco.
L'ascoltatore viene quindi sorpreso, laddove si ritrova a seguire strade già note le vede improvvisamente mutare.
Non è quindi un disco facilmente cantabile (suonabile sì, in due giorni ho tirato giù gli accordi di quasi tutti i brani).
Le armonie invece sono incredibilmente (e genialmente) semplici, the Barry Williams show ha il ritornello in giro di DO (DO, Si/Do, La-, Sol, Re) per poi passare in MI.
Eppure il brano è allo stesso tempo leggero ed irresistibile, grazie anche ad un fantastico arrangiamento che mixa un ritmo che alterna "Warm" e "kiss than frog" al rhythm 'n blues.
L'album è comunque bellissimo, una volta abituati ai nuovi brani non si riesce più a smettere di ascoltarlo, cosa che ormai faccio da giorni.
Inutile dire anche quale sono i brani più belli, la destrutturazione fa si che ogni brano abbia un momento assolutamente splendido e parti anche sgradevoli.
Da segnalare comunque "Sky Blue", che vede il significativo contributo del coro "The blind boys of Alabama", scritto da una traccia di Daniel Lanois (piove sempre sul bagnato), che suona anche la chitarra insieme a Peter Green (Fleetwod Mac) che ci regala un finale delizioso con slide e coro gospel.
Da brividi "Signal to noise", con Nusrat Fatteh Alì Khan, un vero inedito ad anni dalla morte di un grande della world music (il brano è stato inciso il millennio scorso, un vero ponte).
"the drop", il crepuscolare brano piano e voce che chiude l'album, che Peter definisce il suo piccolo sorbetto, lascia solo il rimpianto che prende sapendo che è l'ultimo del disco.
Insomma: anche se odio dover usare questo termine, spesso abusato, debbo anche io affermare che si tratta di un capolavoro, reso ancor più grande dalla miserrima offerta dell'attuale panorama discografico.
Ci consola sapere che il buon Peter ha già materiale per altri 4 album. Solo che a questo ritmo di pubblicazione posso solo sperare di vivere abbastanza a lungo.
Attenzione se siete vecchi fans, a volte (Darkness, My head sound like that) sembra uscire il buon Rael, anche se purtroppo dura poco.

P.S. Sarà un caso che Pietro e Gabriele siano i nomi rispettivamente del primo vicario di Cristo e dell'angelo più usato per diffondere il verb

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